Storia della Salsa a cura di Enzo Conte

Storia della Salsa a cura di Enzo Conte (5)

Venerdì, 11 Novembre 2016 13:44

Il DANZON: Il nonno della salsa

Il panorama musicale cubano comincia a cambiare fortemente verso la fine del del XIX secolo grazie alla nascita di una potente borghesia locale e alle sempre più insistenti voglie d' indipendenza degli ex coloni. Dopo estenuanti battaglie l’indipendenza è finalmente raggiunta nel 1901 e l’allentamento dell’influenza spagnola (sostituita però da una forte presenza statunitense) può permettere il nascere e lo sviluppo delle prime espressioni autenticamente cubane. Nasce così il danzon. Secondo lo storico Alejo Carpentier si deve a Manuel Saumell, padre del nazionalismo musicale cubano, la creazione del primo danzon: “La tedezco”. La tradizione storiografica considera invece come primo danzon il tema “Las alturas de Simpson”, composto nel 1879 dal maestro Miguel Failde. Il danzon si può considerare il primo prodotto musicale non più europeo, né africano ma sintesi elaborata dei due continenti. Mentre la contradanza e la danza avevano una forma binaria ripetitiva (AABB) il danzon aveva una forma rondò (ABACADA) ed era più lento e cadenzato. Il danzon provocò anche il nascere di una nuova formazione musicale denominata charanga francesa. Figura ritmica caratteristica del danzon è il "cinquillo". Questa figura di derivazione più afroide (composta da cinque battiti sulla prima battuta e da quattro nella seconda) nasce in conseguenza del fatto che le orchestre che eseguivano il danzon erano formate essenzialmente da musicisti di origine africana, visto che all'epoca era disdicevole per un bianco fare il musicista.  Con il nascere della repubblica e la conseguente fine della colonia, sorsero anche i primi club dove i nobili e le persone dell’alta borghesia si riunivano per celebrare le loro feste. Il danzon si apriva con una parte chiamata paseo, durante la quale le coppie passeggiavano amabilmente per la sala, scambiandosi commenti e convenevoli. Alla fine dell’introduzione orchestrale si cominciava il ballo vero e proprio. I movimenti dei ballerini erano molto lievi ed eleganti e si animavano un tantino ma con estrema moderazione, solo in una parte musicale denominata montuno. Alle coppie non era consentito nessun movimento che potesse turbare la morale comune. Addirittura in questi club c’era un signore che vigilava sulla compostezza delle coppie in sala. Se una dama si dimenava troppo o muoveva in maniera esagerata i fianchi veniva subito ammonita e in caso di recidività espulsa definitivamente dal club (?!?!). Sebbene fossero altri tempi fa comunque sorridere che un ballo sensuale ed erotico come la salsa derivi da un ballo che invece era assolutamente casto e convenzionale, per quanto già allora permetteva alle attraenti ballerine creole di mettere in mostra tutta la loro innata avvenenza. Così un giornalista cubano descriveva le ballerine dell’epoca: “Il fascino di questa danza non sta nel movimento dei piedi, né nella difficoltà delle evoluzioni, in quanto i giri si danno anche nel walzer. Il fascino è nella morbidezza dei movimenti, tipica delle cubane, quella grazia che solo esse posseggono; quel voluto e soave dimenarsi che fa serpeggiare sofficemente la gonna con un incanto che accattiva.” Il passo base del danzon si è tramandato fino ai giorni nostri. Si tratta del passo base per avanzare e retrocedere. E' un movimento di attacco e di difesa: quando l’uomo va avanti con il piede sinistro la donna va indietro con il piede destro e viceversa. Una delle caratteristiche di questo passo (che ritroviamo anche nell'odierna salsa) è il fatto che si marcavano per ogni battuta solo tre tempi. Per quanto riguarda l’accentuazione del passo in corrispondenza con la musica si manifestarono però due varianti. La prima consisteva nel marcare le prime tre semiminime della battuta musicale per eseguire poi una pausa sulla quarta, ballando così a tempo. Nella seconda si eseguiva una pausa sul primo tempo per poi entrare sulla seconda battuta e ballare così en contratiempo. Il passo del danzon si eseguiva poggiando il peso nei metatarsi, librando i talloni e alzando appena i piedi facendoli quasi scivolare. Il ballo iniziava sempre in posizione chiusa di ballo sociale e da quella posizione si cominciavano a dare i primi giri chiusi così come si faceva nel walzer. Il dominio incontrastato del danzon durò fino all' inizio degli anni ‘20, quando cominciò ad essere spodestato dal son, ballo cubano di estrazione popolare e dai nuovi balli alla moda come il fox trot, il two step e il charleston che avevano cominciato ad invadere anche Cuba grazie alla rivoluzionaria invenzione del grammofono. Il danzon continuerà a sopravvivere grazie al danzonete, opera del compositore Aniceto Diaz che nel 1929 con il tema “Rompiendo la Rutina”, vocalizzato da Barbarito Diez, incorporò definitivamente il canto al danzon, fino allora quasi sempre strumentale. Influenzato dal grande successo che stava ottenendo il son (ballo all’epoca considerato scandaloso e per questo proibito nei saloni dell’alta società) il danzonete introdusse nel danzon le prime figure aperte e le prime elementari varianti coreografiche. Principali interpreti del danzonete furono la cantante Paulina Alvarez e il compositore Eliseo Grenet. Nell’attualità il danzon a Cuba ha perso molto della sua popolarità, sebbene ci sia ancora qualche orchestra o qualche gruppo di nostalgici che continuano a coltivarlo in alcuni circoli privati. Al contrario il danzon è popolarissimo in Messico dove è diventato quasi il ballo nazionale. Coloro che ne volessero sapere di più consigliamo di vedere il film “Danzon”, diretto da Maria Novaro e uscito sugli schermi nel 1991. Il film ambientato in Messico è interessante, oltre che per il suo notevole intreccio psicologico, anche per le sue interessanti scene di ballo che ci restituiscono intatta la magia del vecchio danzon che molti a ragione considerano il nonno paterno della salsa.
Nel 1700 gli echi della rivoluzione francese, con le sue spinte di libertà arrivarono anche nei Caraibi e indussero i negri della vicina isola di Haiti alla rivolta. Questa rivolta, sfociata nel sangue, spinse molti latifondisti francesi a trasferirsi nell’oriente cubano. Fu in conseguenza a questo forzato episodio che i coloni francesi (popolo sicuramente più goliardico rispetto ai bigotti spagnoli dell’epoca) portarono nell’isola le loro danze tipiche, prima fra tutte il passepied, la contradanza, la quadriglia. Queste danze vennero presto imitate dagli schiavi africani in quella che fu battezzata tumba francesa, espressione ancora oggi molto popolare a Santiago de Cuba. Nei saloni dell’alta borghesia cubana cominciarono così a proliferare i balli figurati di ispirazione europea che venivano interpretati da una formazione strumentale denominata Orquesta Tipica. Fra tutte le danze di discendenza europea, quella che ebbe più successo in tutto il Caribe fu la contradanza, originaria della Normandia e della Bretagna. Era una danza di origine contadina (il suo nome originale era country dance) ed era suonata in tempo di 2/4 o di 6/8. Diffusissima tra il settecento e l’ottocento, entrò di diritto a far parte della musica classica, grazie alle composizioni di due celebri compositori come Mozart e Beethoven. Nell’arrivare nel nuovo continente, diede vita ad innumerevoli varianti come la contradanza cubana, quella haitiana, la dominicana, la argentina, la venezuelana e naturalmente la portoricana. “San Pascual bailon” del compositore A. Lopez, pubblicata nel 1803, è la La contradanza cubana più antica che si conservi. Tra i compositori portoricani che coltivarono questo genere ricordiamo invece Nemesio Quiñones, Felipe Gutierrez y Espinosa e Ginés Ramos, autore della contradanza “Hortencia”. La contradanza veniva eseguita da schiere di ballerini contrapposte. Si trattava di un ballo molto rigido e schematico nel quale i ballerini eseguivano dei movimenti e delle figure specifiche sotto la guida di un bastonero, una specie di direttore che decideva quante coppie di ballerini potevano partecipare ad ogni danza e quale doveva essere la loro posizione nell’ambito di essa. I suoi componenti eseguivano delle piccole coreografie dove uomo e donna arrivavano al massimo a prendersi per mano. Il primo ballerino, generalmente quello più esperto, eseguiva determinati movimenti o figure che gli altri ballerini dovevano imitare. Alejo Carpentier nella sua opera “La musica en Cuba” riporta la testimonianza di un cronista del XVIII secolo (1798) che affermava che in quell’epoca si effettuavano all’Habana quotidianamente fino a cinquanta balli pubblici e che la passione per il ballo nelle città dell' Habana e di Santiago arrivava fino alla pazzia. Successivamente, il grande successo europeo del walzer modificò profondamente i costumi dell’epoca e introdusse anche nelle corti e nei circoli dell’aristocrazia la cosiddetta “posizione chiusa di ballo sociale” che provocò, nel 1839, la soppressione del bastonero generando a sua volta la danza. La danza si può considerare la diretta discendente della contradanza ed ebbe subito un’enorme popolarità che si estese anche alle vicine isole caraibiche come ad esempio Puerto Rico. Secondo la testimonianza di Fernando Callejo, in quegli anni alcuni immigrati cubani introdussero nell’isola la habanera, un particolare tipo di danza nata nella città dell’Habana. La habanera veniva ballata in maniera meno rigida e questa maggiore libertà espressiva le permise di entrare nei favori della gioventù portoricana dell’epoca. In principio vennero utilizzate composizioni cubane, in seguito però molti compositori locali cominciarono a scrivere temi originali, apportando delle interessanti variazioni sia a livello melodico che armonico. Esteban Pichado nel suo famoso “Dizionario de Voces cubanas”, pubblicato nel 1836, stabiliva già come sinonimi i termini di contradanza e di danza, definendo quest' ultima: “il ballo favorito di tutte le Antille, sia fra le classi agiate che quelle popolari”. Ogni volta a guidare la danza era una singola coppia che realizzava o inventava una figura che poi tutti quanti dovevano imitare. Le figure più popolari della danza erano: paseo, catena, sostenido e cedazo. Di queste quattro figure il paseo e il cedazo sono quelle che avranno in futuro maggiore influenza. Davanti all’esplosione della danza, l’aristocrazia portoricana del tempo gridò allo scandalo. La gioventù, al contrario, ne decretò il successo perché, in tempi in cui non era facile la comunicazione con le ragazze dell’alta società, la danza dava la possibilità di ballare abbracciati, scambiando anche qualche parola (fenomeno che negli stessi anni diede vita, nella vicina Cuba, al danzón cubano). Tali e tante furono le proteste che nel 1849 il governatore di Puerto Rico, Juan de la Pezuela, arrivò con un decreto a proibirla. Il decreto però restò completamente disatteso, al punto che la danza si affermò come il ballo più alla moda. Lo strumento per antonomasia della danza è il pianoforte, ma essendo un genere destinato soprattutto al ballo, veniva suonato da piccole formazioni orchestrali composte da violini, contrabbasso, bombardino, guiro (introdotto a partire dal 1853) e grancassa. In seguito la danza sarà interpretata da conjuntos de cuerdas (ovvero gruppi di strumenti a corda con l’aggiunta dell’ormai imprescindibile guiro). Un altro strumento molto usato all’epoca era la sinfonia de mano (assimilabile alla nostra fisarmonica). Sebbene fosse un genere essenzialmente strumentale, esistono molte danze cantate, come ad esempio l’inno nazionale di Puerto Rico, “La Borinqueña”, composto nel 1867 dal compositore Felix Astol. EVOLUZIONE DEL BALLO ATTRAVERSO IL VESTUARIO
Giovedì, 25 Giugno 2015 11:22

Gli antecedenti della Salsa CAPITOLO 3

Salsa è una magica parola che nel suo seno nasconde i misteri di un universo sonoro tanto affascinante come quello afro-latino-caraibico. Unisce una varietà enorme di ritmi musicali che vanno dalla contradanza alla rumba, dalla tumba alla conga, passando per la danza, il danzón, il danzonete, la guajira, il son montuno, la guaracha, il mambo, il chachacha, la bomba, la plena, la pachanga fino al boogaloo. Il Caribe fu lo scenario naturale dove trovarono terra fertile le culture provenienti da due continenti così ricchi di storia come l'Africa e l'Europa che si mescolarono a loro volta, in maniera spesso drammatica, con quella indigena.Per capire meglio la sua evoluzione è però doveroso precisare che quando ci riferiamo alla radice europea non intendiamo solo la Spagna.Oggi, infatti, quando parliamo di Spagna noi pensiamo a quella nazione che fa parte della penisola iberica. Nell’era moderna, invece, l’impero spagnolo comprendeva non solo la Spagna e le Canarie ma anche l’Italia (patria dell’opera italiana e della canzone napoletana) e per lunghi periodi sia i paesi fiamminghi che l’Austria (patria d’adozione di Mozart, Beethoven e del walzer viennese).C’era quindi all’interno di questo impero una incredibile mescolanza di culture che furono catapultate a loro volta nel nuovo continente. Dobbiamo inoltre sottolineare l’influenza che nell’Europa del settecento godeva la cultura francese. La Francia, a differenza della bigotta Spagna, era la nazione più libertina, più amante delle belle arti e di conseguenza quella che dettava le mode nelle corti europee. Altrettanto imprescindibile, nello sviluppo musicale e culturale del Nuovo Mondo, fu il ruolo della cultura africana. L’Africa, a bordo delle infauste navi negriere, portò nel nuovo continente l'immensa energia dei suoi tamburi (bembé, arará, batá, yuka) insieme ad altri strumenti come le marimbulas (antenate delle moderne marimbas) e il chekeré (da cui deriva l'odierno guiro).Le principali etnie africane: Yoruba (conosciuta anche come Lucumí), Dahomean, Congolese ed Abakuá introdussero nell'isola i loro canti, le danze, i rituali religiosi, l'alternarsi del coro con il cantante (così comune nella salsa di oggi), la ricchezza ritmica e coreografica dei loro balli, il politeismo che riuscì a sopravvivere attraverso la santería, dando vita ad un sincretismo religioso che tanto contribuì allo sviluppo della musica afro-cubana. L'Europa dei colonizzatori portò con sé una variegata strumentazione di corde e di fiati: il laúd (di origine araba), la vihuela, la chitarra, il violino, il piano, la fisarmonica, le trombe, i tromboni, i flauti.Impose gli elementi fondamentali del lessico musicale, i tempi di 3/4 e di 6/8, tracciando inoltre le linee fondamentali nel campo della melodia e dell'armonia.Dal vecchio continente arrivarono anche la letteratura classica, la poesia popolare e in seguito le danze aristocratiche: la contradanza francese, i minuetti, le quadriglie, i walzer che animavano le feste della nobiltà e della ricca borghesia.Senza dimenticare il contributo fondamentale sia della religione cattolica che della lingua spagnola.“Sfortunatamente poco fu trasmesso della cultura indo-antillana, visto che gli indigeni furono in breve tempo sterminati dai feroci conquistadores spagnoli.È doveroso citare però gli areítos, dei veri e propri baccanali attraverso i quali si manifestavano il canto, la danza e la poesia degli aborigeni.” (Alejandro Ulloa).La radice europea, quella africana e quella autoctona generarono a loro volta tre rami con delle caratteristiche precise: il ramo “aristocratica-borghese”, quello “popolare-contadino” e quella più propriamente legato “al proletariato urbano o alla piantagione schiavista”. Possiamo, a sua volta, dividere la storia della salsa in 4 precisi periodi storici:1° La preistoria della salsa. Va dal secolo XVI fino agli inizi del Novecento. Dalle prime manifestazioni della rumba cubana alla nascita di nuove espressioni musicali come il danzón e il son montuno. 2°La genesi della salsa. Va dal 1938, anno di nascita del mambo, alla fine degli anni '50 quando, dopo la rivoluzione castrista, New York si afferma come l'epicentro della musica afro-caraibica. 3°L'affermazione della salsa. Comprende due momenti: i primi fermenti che vanno dal 1960 al 1970 e il boom vero e proprio che dura fino agli inizi degli anni '80. 4°L'universalizzazione della salsa. Fenomeno che va dagli anni '80 ai giorni nostri. La prima tappa corrisponde al periodo coloniale, nel quale si produrrà un felice sincretismo tra America, Europa ed Africa. In quegli anni il porto dell'Habana, grazie alla sua posizione strategica, si era trasformato in uno degli attracchi più importanti del nuovo mondo.Il costante arrivo di navi provenienti dai più svariati paesi europei e dalle colonie caraibiche di lingua inglese e francese, aveva di conseguenza introdotto a Cuba genti e culture differenti. Un evento fondamentale che cambiò i destini della musica afro-latino-caraibica fu la Rivoluzione Francese.Le spinte di uguaglianza e libertà suscitate dalla rivoluzione, una volta arrivate all’isola di Haiti, provocarono infatti la rivolta degli schiavi africani. Questa sommossa spinse molti latifondisti francesi a trovare riparo nell'Oriente cubano.Fu dunque grazie a questo drammatico evento che a Cuba arrivarono le danze dei coloni francesi, prime fra tutte il passepied, la contredanse e la quadriglie.Queste tipiche danze di corte cominciarono, a loro volta ad essere imitate dagli schiavi africani che, con l'ausilio dei loro tamburi, diedero vita a quella che verrà battezzata tumba francesa. Con il passare degli anni la cultura europea e quella africana si trasformarono al contatto col nuovo mondo. Il laúd e la chitarra originarono nuovi strumenti quali il tres; i tamburi africani generarono le odierne percussioni; la contradanza francese si trasformo nel danzón cubano ed i balli aristocratici finirono con l'incrociarsi con quelli popolari. Fra tutte le danze europee quella che ebbe maggiore successo nel Nuovo Mondo fu la contradanza. Si trattava di un ballo di origine contadina (il suo nome originale era country dance) proveniente dalla Normandia e dalla Bretagna. La contradanza veniva generalmente suonata in tempo di 2/4 o di 6/8.Diffusissima tra il settecento e l’ottocento, entrò persino nella musica seria grazie alle composizioni di due celebri compositori come Mozart e Beethoven.Nell’ isola di Cuba la contradanza finì con l’assumere delle caratteristiche proprie, al punto da generare la contradanza criolla.La più antica di cui si si hanno tracce è “San Pascual bailon”, pubblicata nel 1803 ad opera del compositore A. Lopez.La contradanza criolla era eseguita da una piccola formazione di stampo bandistico, denominata Orquesta Tipica, formata da due clarinetti, un trombone, due corni, due violini, un contrabbasso, un guiro e dai timpani, successivamente sostituiti dai timbales (all’epoca conosciuti come paila cubana).La contradanza veniva eseguita da schiere contrapposte di ballerini che eseguivano delle piccole coreografie dove uomo e donna arrivavano al massimo a prendersi per mano. La successiva nascita del walzer rivoluzionò profondamente i costumi dell’epoca al punto da introdurre anche nelle corti cubane la cosiddetta posizione chiusa di ballo sociale, che favorì, a sua volta, la nascita della danza cubana. La danza a sua volta generò il danzón. Secondo lo storico Alejo Carpentier si deve a Manuel Saumell, padre del nazionalismo musicale cubano, la creazione del primo danzón: “La tedezco”. La tradizione storiografica considera invece come primo danzón il tema “Las alturas de Simpson”, composto nel 1879 dal maestro Miguel Failde. Originario della città di Matanzas. Il danzón si può considerare il primo prodotto musicale non più europeo, né africano ma sintesi elaborata dei due continenti. Mentre la contradanza e la danza avevano una forma binaria ripetitiva (ABAB) il danzón aveva una forma rondò (ABACAD) ed era più lento e cadenzato. Il danzón provocò anche il nascere di una nuova formazione musicale denominata Charanga Francesa, formata da un flauto, due violini, contrabbasso, pianoforte, guiro e timbales. Il danzón si apriva con una parte chiamata paseo, durante la quale le coppie passeggiavano amabilmente per la sala, scambiandosi commenti e convenevoli. Una volta terminata l’introduzione orchestrale si cominciava il ballo vero e proprio. I movimenti dei ballerini erano molto lievi ed eleganti e si animavano un tantino ma con estrema moderazione, solo nella parte finale denominata montuno. Dal vecchio continente, lungo un altro itinerario, erano nel frattempo, arrivati poeti e tenori che avevano portato nell’isola: l’opera italiana, la romanza francese, la tonadilla spagnola, la canzone napoletana e il flamenco andaluso. Questi generi musicali provocheranno, a loro volta, la nascita della zarzuela (simile alla nostra operetta) e il sorgere della canción, una nuova espressione musicale che a Cuba assumerà forme molteplici come l'habanera (ripresa anche da Bizet nella sua celebre “Carmen”), la criolla, la guajira e il bolero. In particolare l’habanera, oltre che per l’introduzione del canto, si caratterizzava per una cellula ritmica di origine afroide, battezzata affettuosamente “Café con pan”, che, in seguito, influenzerà persino la nascita del maxixe brasiliano e del tango argentino. Il bolero (da non confondersi con il celebre ritmo inventato da Ravel) era invece la musica romantica per eccellenza.Si trattava di un genere cantabile e ballabile che a Cuba si eseguiva in 2/4, a differenza del suo omologo spagnolo eseguito invece in 3/4. Si diffuse a Santiago de Cuba verso la fine dell'ottocento in contemporanea con la nascita della trova cubana, una originale corrente musicale, diretta discendente della canzone trovadoresca che troverà in Sindo Garay uno dei suoi maggiori cantori. Fra i primi cultori del bolero troviamo Pepe Sanchez. Fra quelli più recenti ricordiamo José Antonio Mendez, César Portillo de la Luz e Niño Rivera che negli anni ‘60 diedero vita ad una nuova corrente soprannominata feeling (filin) che nel brano “Contigo en la distancia” ebbe il suo manifesto sonoro. L’avvento della radio rese popolari alcune tipiche espressioni contadine come il punto e la guajira.I principali interpreti di questo genere musicale furono Guillermo Portabales e il duo Celina y Reutillo, mentre alla penna di Joseìto Fernandez si deve la creazione di “Guantanamera”, forse la canzone cubana più conosciuta nel mondo. Molto popolare era anche il pregón, un’espressione vocale creata dai venditori ambulanti per reclamizzare la loro merce (attitudine molto comune anche nel nostro sud). Sempre dall’Oriente cubano viene una delle espressioni più importanti del patrimonio musicale cubano: il son, che è considerato il padre putativo della salsa. Il son era la risposta popolare al danzón dell’aristocrazia. Secondo la tradizione il primo son nacque nella Sierra Maestra e si conobbe inizialmente con altri nomi come changuì e capetillo. Il musicista Laureano Fuente Matons asserisce che furono due sorelle cubane, Micaela e Teodora Guines, a comporre nel secolo XVI il primo son, noto come: “El son de la Ma Teodora” (di cui la tradizione orale ha tramandato qualche frammento sonoro). Molti storici però non condividono questa versione e fanno invece risalire la sua nascita al XVII secolo. Sicuramente il son divenne popolare verso la fine dell’ottocento, grazie soprattutto alle interpretazioni di Nené Mafungas, un cantante che già all’epoca si esibiva con il tres, la tipica chitarra cubana. La sua diffusione in tutta l’isola fu favorita da un evento storico. Nel 1910 il generale José Miguel Gomez stabilì con un decreto la rotazione delle truppe militari all’interno dell’isola. Così, grazie ai soldati dell' Ejercito Permanente, il son arrivò all’Habana e la rumba a Santiago. Fu però a partire dal 1929 che il son acquisisce prestigio internazionale. In quello stesso anno il Sexteto Nacional di Ignacio Piñeiro si esibisce con successo durante l’esposizione ibero-americana di Siviglia. Successo replicato nel 1933, in occasione della fiera mondiale di Chicago. Tra le formazioni che contribuirono ad affermare il son nel gusto musicale dell’epoca ricordiamo anche El Sexteto Habanero, il Trio Matamoros, la Sonora Matancera e l’orchestra di Don Azpiazu. La popolarità del son provocò la nascita di una quantità incredibile di varianti (se ne calcolano almeno 22 in tutta l’isola). Tra le più celebri ricordiamo il son montuno (la cui struttura diverrà la base ritmica della salsa), il sucu sucu (originario della Isla de la Juventud), il son-pregón, la guaracha-son, l’afro-son ed il son-guaguancó. Musicalmente parlando il son è un canto di origine popolare che combina una parte lirica nella quale si espone il tema (il son) con una parte più movimentata (il montuno) caratterizzata dalla forma domanda e risposta (tra un coro ed una solista) di diretta discendenza africana. Possiamo considerarlo un felice sincretismo musicale tra gli strumenti percussivi africani e gli strumenti a corda spagnoli, tra la decima spagnola e il canto antifonale tipicamente africano. In origine la formazione classica del son era El Cuarteto Oriental ma, a partire dagli anni ‘20, si trasformò in Sexteto. Era composto da un contrabbasso (in origine da una botija e una marimbula), dalla tradizionale chitarra a sei corde, dal tres e da una sezione ritmica formata da bongó, maracas e due particolari bastoncini di legno duro chiamati claves che servivano a scandire il tempo. Tanto importante era la funzione della clave che a Cuba già all’epoca si usava dire che “Sin clave no hay son”. Nel 1927, il maestro Ignacio Piñeiro aggiunse al suo glorioso Sexteto Nacional una tromba, dando vita così al Septeto. Allo stesso Piñeiro si deve la creazione di due grandi classici del son: “Suavesito“ e “Echale salsita”, composta nel 1929 e passata alla storia per essere il primo tema musicale in cui apparirà la parola salsa. Tra i più famosi interpreti del son ricordiamo Bienvenido Julian Gutierrez, il trombettista Felix Chapotìn, il cantante Benny Moré ed il tresista Arsenio Rodriguez, a cui si deve, a partire degli anni ‘40, la creazione dei primi conjuntos di son dove apparvero per la prima volta il piano e le congas. Contemporaneamente le trombe salirono da una a tre. Proprio grazie alle innovazioni apportate da Benny Moré e da Arsenio Rodriguez, nasce un son più tipicamente urbano che se da una parte si allontanerà dalle classiche atmosfere contadine, dall’altra si avvicinerà, o meglio dire anticiperà le sonorità che saranno tipiche della salsa. Un altro piccante e contagioso ritmo che a partire dagli anni ‘30 ha avuto una straordinaria diffusione in tutta l'isola è la guaracha. Questo componimento scherzoso nasce dalla tonadilla, la canzonetta di scena dei teatri popolari spagnoli e introduce nella musica la satira, il doppio senso, la caricatura e persino la critica politica. Si trattava di canzoni allegre, picaresche che si cantavano tra un atto teatrale e l’altro per intrattenere il pubblico. Le strofe musicali sono composte da quattro o otto battute e sono caratterizzate da frasi corte e brevi. Se la melodia della guaracha segue le caratteristiche della musica popolare, la metrica delle parole è piuttosto varia. Di solito la guaracha è cantata da un solista o da un duo che dialoga con un coro. Strumenti tipici della guaracha sono il guiro, la chitarra, il tres anche se nell’attualità la sua strumentazione ha incorporato un po’ tutti gli strumenti presenti nella salsa. Per comprendere meglio la sua struttura musicale ed il suo carattere potremmo azzardarci ad affermare che la guaracha sta al bolero cubano come la canzone Café Chantant sta alla classica canzone napoletana di carattere sentimentale. La grande popolarità della guaracha si deve soprattutto alla Sonora Matancera, l’orchestra in cui per diversi anni militerà la mitica Celia Cruz. Fra i suoi principali interpreti ricordiamo anche Ñico Saquito, leader dei Guaracheros d’Oriente ed autore di brani come “Adios, compay gato”. Con gli anni la guaracha si è fusa sempre di più con il son, dando così vita ad una nuova forma musicale, “la guaracha-son”, che rende spesso difficile l’esatta classificazione di un brano. Attualmente la guaracha si può considerare un son con un testo picaresco o gioioso che si suona con un ritmo più rapido. Sono molti, infatti, i critici musicali che considerano le composizioni salsere delle moderne guarachas.