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Mercoledì, 18 Marzo 2015 10:00

Storia della Salsa CAPITOLO 1 - Le origini

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Nei quattro libri che ho finora scritto sulla musica afro-latino-caraibica, ho sempre dedicato un capitolo alle tante polemiche che il termine "SALSA" ha fin dai suoi albori suscitato, avendo premura, allo stesso tempo, di includere le opinioni sia dei suoi tanti detrattori come dei suoi molti sostenitori: "Che cos’è la salsa? Quando è nata? E soprattutto dove è nata? E’ corretto affermare che sia una copia o una semplice rielaborazione della musica cubana, oppure hanno ragione quelli che affermano che la salsa sia una espressione autoctona nata nelle strade di Puerto Rico, nei “barrios populares” dell’America Latina, oppure nei quartieri latini di New York?" Questa discussione va avanti da anni e divide in maniera sempre più profonda storici, musicisti, musicologi come semplici appassionati. Eppure in tantissimi generi musicali non c’è stato alcun problema a cambiare il nome di un ritmo: il boogie boogie si è trasformato in rock and roll, il funky in hip hop; il reggae in raggamuffin, la disco-music in house music o techno music (con le sue mille diramazioni). Con la salsa non è stato così, anzi in molti continuano non solo a negarle la paternità di un ritmo o di un genere musicale, alcuni addirittura arrivano al punto di mettere in dubbio la sua esistenza. Perché tanta avversione per la parola salsa? Non è difficile ipotizzare che alle spalle ci sia un vero e proprio problema politico determinato, da una parte dall’avversione delle élites culturali verso una espressione tipicamente proletaria e “cocola”; dall’altra dall’ingiusto e mortificante embargo che l’isola di Cuba ha dovuto subire in tutti questi anni. Si ha quasi l’impressione che, utilizzando la parola salsa, si voglia oscurare il grande contributo dato dai cubani alla evoluzione di tutta la musica afro-latino-caraibica. Eppure i cubani per primi non hanno avuto difficoltà a cambiare il nome di molti ritmi da loro creati: il danzón si è trasformato in danzonete, il danzón de ritmo nuevo è diventato prima mambo e poi chachacha, il son si è trasformato in songo, dal songo si è passati alla timba e poi al timbaton. Trovando dei nomi nuovi, i cubani hanno di volta in volta ribadito che stavano suonando qualcosa di diverso rispetto al passato, pur avendo evidenti contatti con esso. Per meglio capire questa diatriba, interessanti sono le osservazioni che troviamo nel libro “Nación y ritmo. Descargas desde el Caribe”, ad opera lo studioso boricua Juan Otero Garabís :“Per molti, incluso il famoso musicista portoricano Tito Puente, la salsa altri non era che uno slogan commerciale attraverso il quale si pretendeva di vendere la produzione di alcune orchestre latine radicate a New York. Addirittura il professore e critico letterario Luis M. Arrigotia (a dimostrazione della diffidenza che gli intellettuali portoricani nutrivano per questa musica), considerava la salsa una musica stridente, anestetica, ubriacante e frenetica assimilabile agli effetti del sesso, dell’alcol e degli stupefacenti... E’ stata citata fino alla sazietà la frase di Puente che afferma che la unica salsa che lui conosce si vende in bottiglia e che lui suona musica cubana. Senza dubbio però Puente, col tempo, si è riconciliato con il termine, deduco per le stesse ragione commerciali per quali lo rifiutava negli anni ’60 e ‘70, al punto da includere nel suo disco numero 100, un tema intitolato “Salsumba”, il cui coro recitava “Esto se llama salsumba, sabor a salsa y a rumba”. Lo stesso Willie Colón indirettamente si riferisce a Puente quando segnala che quelli che si burlavano della salsa, dicendo che la unica salsa che conoscevano era quella di pomodoro, oggi partecipano a concerti di salsa dove guadagnano fama e denaro.” Così Garabís conclude la sua analisi “Il fatto che (la salsa) sia una combinazione di ritmi di eredità afro-caraibica non esclude che sia uno stile musicale con delle caratteristiche proprie, in quanto, come affermano gli stessi cubani Alejandro Carpentier e Leonardo Acosta, praticamente tutti i ritmi caraibici sono sincretici, incluso il son.” Oggi possiamo finalmente guardare questa antica diatriba non sull’impeto emozionale della cronaca ma con la ragionevolezza e la ponderatezza della storia. E' indiscutibile, ad esempio, che in origine il termine “salsa” era utilizzato in maniera molto diversa da quella odierna. In realtà non si voleva dire che questa musica “era salsa”, ma che al contrario “aveva salsa”. Di conseguenza, “salsa” era tutta quella musica suonata con energia, con calore, con passione o come direbbero gli americani con swing. Originariamente questa parola non era dunque usata per definire un ritmo a era “una caratteristica” che accomunava i principali ritmi dell’area caraibica”. È innegabile però che con il tempo la salsa ha assunto delle caratteristiche proprie che l’hanno resa, via via, più autonoma: nuove orchestrazioni, nuovi arrangiamenti, nuove armonizzazioni, nuove combinazioni ritmiche, nuove sperimentazioni musicali, nuove interpretazioni vocali, nuovi testi, un contenuto sociale più evidente e soprattutto un’atmosfera più urbana. La chiave del dilemma è se, a distanza di tanti anni, possiamo considerare la salsa “una nuova forma musicale”, oppure se dobbiamo continuare a considerarla una parola commerciale o generica che descrive un insieme di ritmi preesistenti. Molti studiosi sostengono, ad esempio, che la salsa sia figlia del vecchio son montuno; altri, invece, sostengono a spada tratta che si tratta di una rielaborazione del mambo o della guaracha. Guaracha che per alcuni è solo cubana, mentre altri sostengono, rivendicando la comune origine spagnola, che sia anche portoricana. Il problema vero è che non è così facile classificare “forme musicali poliritmiche” che si sono notevolmente modificate con il passare degli anni. Il son, ad esempio, è un ritmo, una forma musicale o un genere che può contenere al suo interno ritmi diversi? Difficile dare una risposta certa visto che sono state classificate ben 22 varianti del son. Lo stesso dicasi per alcune espressioni tipicamente portoricane come l’aguinaldo o il seis (quest’ultimo molto assimilabile al son cubano) che non posseggono un ritmo specifico: sono piuttosto delle forme musicali che (così come avviene con la salsa) possono ospitare al loro interno una quantità incredibile di varianti ritmiche. Troppo spesso ci si dimentica che a fare la differenza tra un son, una guaracha o un mambo è il più delle volte il vestito sonoro, l’orchestrazione o l’arrangiamento. Se, ad esempio, confrontassimo un vecchio son del Trío Matamoros con uno di carattere più urbano, come quelli di Arsenio Rodríguez o di Benny Moré, ci sembrerà di trovarci davanti a forme musicali molto differenti, suonate, non a caso, da formazioni diverse. Se ad esempio nel son tradizionale la formazione musicale era composta da chitarra, tres, contrabbasso (ancora prima botija e marimbula), bongò, maracas e clave, nel son urbano troviamo strumenti importantissimi come le congas (principali responsabili del ritmo), il piano e le trombe, in grado di rivoluzionare completamente sia il tappeto sonoro che l’effetto ritmico. Sono proprio queste profonde trasformazioni che ci spingono a chiederci se per la nascita di una nuova espressione musicale sia necessario creare un ritmo nuovo, oppure se sia sufficiente creare una forma nuova o un nuovo abito sonoro, frutto di un diversa collocazione dell’ordine delle cose o degli elementi che caratterizzano quella composizione. E qui arriviamo secondo me al vero pomo della discordia!!! In realtà, questa eterna diatriba, vede lo scontro tra due teorie ben precise: quella della creazione e quella più darwiniana della evoluzione. I cubani sostengono a spada tratta che la salsa l’hanno creata loro e che i salseri se ne sono appropriati cambiandogli semplicemente il nome. Tutto il resto della comunità latina tende invece ad avvalorare l’ipotesi che la salsa sia la logica conseguenza di una evoluzione. Chi ha ragione? Ognuno parteggerà per una o per l’altra tesi in base anche alle proprie convinzioni personali (il più delle volte non completamente avulse da fremiti nazionalistici). Forse la risposta più attendibile a questo eterno dilemma ce la dà però proprio un grande studioso cubano, Leonardo Acosta, che così afferma: “Nulla sorge da una sola fonte e nessuno crea niente da solo. Tutto proviene da un processo nel quale ci può anche essere una figura centrale o varie”. La salsa di fatto non nasce dal nulla. Se, ad esempio, non ci fosse stata la rivoluzione francese e la contemporanea rivoluzione dei negri in Haiti, i coloni francesi non avrebbero mai cercato riparo nell’Oriente cubano. Di conseguenza non avrebbero mai introdotto a Cuba le loro danze, in primis la contradanza francesa dalla cui costola sono nate tutte quelle forme danzarie che dal danzon hanno portato alla nascita del mambo. Dopo tanto indagare, a me piace pensare che la salsa sia il frutto del felice matrimonio tra la cultura europea e quella africana celebrato in un Nuovo Continente. E’ dunque “una evoluzione” di forme musicali preesistenti e proprio questa sua lunga gestazione ci spiega il motivo per cui la paternità della salsa o la sua provenienza siano così incerte. Sebbene non abbia né un inventore né un luogo certo di nascita, è importante però sottolineare come la salsa non sia solo una forma musicale paragonabile ad altre forme, come ad esempio il rock, il jazz, il blues o il soul che non rappresentano ritmi specifici ma una maniera specifica di fare musica. No, la salsa è molto di più! E’ la figlia meticcia di quell’ondata migratoria prodottasi nel secolo novecento (che ha visto moltissimi latini trasferirsi in particolare a New York, anche come conseguenza della rivoluzione castrista) ed allo stesso tempo è la figlia legittima di quella rivoluzione politico-culturale che ha caratterizzato gli anni '60 e che si è protratta fino alla fine degli anni ‘70. Di conseguenza, pur ribadendo in questa evoluzione “il fondamentale ruolo dei cubani e della musica cubana”, faremmo un torto alla storia se ci limitassimo a considerare la salsa espressione di una unica nazione, proprio perché alla sua creazione hanno contribuito uomini di diverse aree geografiche, di diverse razze e colori, che hanno finito col riconoscersi in essa, fino a fare di lei una voce: “la voce del popolo latino, che di fronte ad un colonialismo strisciante continua a reclamare a gran voce la propria identità”... N.B.: Per meglio approfondire queste tematiche, oltre alla lettura dei grandi studiosi del genere, consiglio la lettura dei libri che con grande passione ho finora dedicato all'argomento. Attualmente dei quattro libri che ho scritto sulla salsa e sulla cultura che essa esprime ne sono disponibili però solo tre: "Salsa, il Tropico dell'Anima". Gremese editore. 1995. Il primo libro in lingua italiana sulla storia della salsa. Va dalle origini fino ai primi anni '90 (include una compilation musicali in mp3, contenente 100 brani ) "Salseando y bailando". Gremese editore. 2002. Un appassionante viaggio dedicato alla evoluzione di tutte le danze afro-latino-caraibiche dal danzon alla salsa, con particolare riguardo al "fenomeno italiano" (include una compilation musicale in mp3, contenente 100 brani ). "La Salsa sulla rotta Puerto Rico-New York". Edizioni Salsa e Cultura. 2010. Un nuovo affascinante viaggio alla scoperta del folklore, della musica, della ballo, della cultura e delle bellezze geografiche della "isla del encanto" e della New York Latina (include due compilation musicali in mp3 contenenti 100 brani l'una).
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