Molti ballerini sostengono che sopra un guaguancò di New York (genere che tra l'altro deriva dal son-guaguancò del cubano Arsenio Rodriguez) non si può assolutamente ballare a lo cubano e che su un brano trascinante dei Los Van Van non si può assolutamente ballare a lo boricua.
In realtà, se davvero abbiamo a cuore le sorti della salsa, non dovremmo mai stancarci di fare una vera e propria "battaglia culturale", ribadendo un concetto che se per noi della vecchia guardia è scontato, non lo è affatto per le nuove generazioni: "IL BALLO NON HA PADRONI!..."
Ognuno è LIBERO di interpretare la musica come vuole... senza seguire rigidamente schemi o regole stabilite, alcune volte, da qualche federazione o da qualche maestro fazioso che tende a manipolare il gusto musicale dei propri allievi con l'unico scopo di "fideizzare il cliente"... "Esiste dunque una musica per ballare cubano ed una per ballare portoricano?" Assolutamente No!!!
Basterebbe andare in giro per il mondo per scoprire, ad esempio, che i cubani ballano volentieri sulle note della musica portoricana (al punto che Marc Anthony è uno dei loro idoli) e che i portoricani adorano cimentarsi con i ritmi cubani (al punto che i Los Van Van, quando vanno nell'isla del encanto, fanno sempre il tutto esaurito).
Ora è indubbio che salsa e timba sono due forme musicali con delle caratteristiche diverse ma è altrettanto vero che "ognuno di noi interpreta la musica secondo la sua sensibilità, la sua percezione, ma anche assecondando il proprio talento e le proprie capacità..." In Italia il rapporto con la musica afro-latino-caraibica viene quasi sempre filtrato attraverso la lente del ballo. Un ballo che si apprende generalmente in una scuola. E molte volte sono proprio le scuole a condizionare o ad inculcare idee sbagliate. Tra l'altro ci sono molti maestri che fanno pure i dee jay e quindi è inevitabile che finiscano col manipolare il gusto dei loro allievi. Senza dimenticare che molti dee jays lavorano per conto di qualche maestro famoso e quindi anche loro contribuiscono a formare il gusto verso una direzione piuttosto che un'altra.
Si tratta di un vero e proprio "imprinting sonoro" che spesso induce non solo a prediligere un certo tipo di sonorità, ma a credere persino che ci sia un musica da ballare "in linea" e una musica da ballare "in cerchio" o in "rueda" (mi viene l'orticaria quando sento questi termini!!!)... Si tratta di aberrazioni, figlie della mancanza di una vera cultura salsera ma anche figlie di interessi commerciali da parte degli stessi operatori del settore, che arrivano persino a gridare allo scandalo quando qualcuno balla un brano cubano magari con lo stile portoricano o viceversa...
Se poi volessimo analizzare la cosa da un punto di vista più strettamente tecnico, sarebbe giusto precisare che l'interpretazione di un brano non è determinata dalle figure o dalle geometrie di ballo che si utilizzano, ma semmai "dalla corretta interpretazione del suo andamento ritmico..."
Per interpretare al meglio un brano dovremmo distinguere:
1) L’introduzione di un brano (che potrebbe prevedere una parte di rumba o di bomba). 2) La parte più sonera o guarachera (in cui si sviluppa la parte lirica del brano). 3) La parte del montuno (nella quale cantante e coro cominciano a dialogare, mentre entra la campana ed il ritmo diventa più serrato). La parte del mambo (dove gli strumenti a fiato eseguono il loro "special", comunemente detto anche "moña"). 5) La parte della descarga (nella quale i diversi strumenti eseguono i loro assoli). 6) La parte più strettamentre timbera (dove ci possono essere dei veri e propri cambi di ritmo).
Saper interpretare questi differenti passaggi musicali non è però assolutamente facile, soprattutto per chi non nasce ascoltando questa musica tanto complessa e per chi, non parlando lo spagnolo, ha persino difficoltà a capire i testi delle canzoni. Non cadiamo poi nel tranello di confondere uno spettacolo (in cui bisogna per forza saper "leggere" un brano), con il ballo sociale (in cui ogni volta più che interpretare un brano si è costretti ad adattare il proprio modo di ballare alle capacità del partner o della partner di turno).
A chi però, nonostante tutto, continua ad essere convinto che ad ogni musica corrisponde un certo tipo di ballo vorrei chiedere: “Sbagliava allora il grande maestro portoricano Papito Jala Jala quando nelle sue esibizioni qui in Italia (molti se lo ricorderanno) ballava sul brano "Marcando la distancia" di Manolito y su Trabuco?” “Sbagliava il compianto artista cubano Tony Castillo, quando interpretava con le figure del casino un brano romantico come "Como una pelicula" del portoricano Carlos Alberto?” E ancora mi piacerebbe chiedere: “Sbaglia allora chi come me, in un corso di salsa portoricana, mette anche dei brani cubani (magari proprio per abituare l'allievo alla varietà?)"
Se seguissimo un criterio rigido di interpretazione dovremmo a questo punto sottolineare che anche la timba cubana non andrebbe interpretata con le figure del casino cubano, in quanto gli stessi cubani (basta andare in un tempio della musica come La Tropical dell'Habana per accorgersene) preferiscono ballare la timba in una maniera, libera e spontanea, che esula dal ballo di coppia. Noi italiani balliamo la timba con le figure del casino. Chi sbaglia? Noi o loro?... In una accezione rigida siamo noi a sbagliare, visto che non abbiamo colto lo spirito della timba. In una accezione più flessibile "non sbaglia nessuno" in quanto il ballo è "una libera interpretazione" (sempre nel rispetto della musica e del tempo musicale)... Il che significa che dello stesso brano, ballerini con indole, sensibilità e capacità diverse daranno una interpretazione più congeniale alla loro personalità ma anche al loro retaggio culturale e sociale. Fenomeno questo meglio conosciuto come "transculturacion"...
Oggi siamo arrivati al paradosso che molte persone amano la timba ed odiano la salsa e viceversa... quando invece la cosa più logica e sensata sarebbe riuscire ad apprezzare queste due espressioni musicali, molte volte interpretate da artisti di grandissimo livello (con l'eccezione di generi palesamente commerciali come salsaton, timbaton o quelle produzioni computerizzate che rappresentano più una "degenerazione" che una evoluzione del son e della salsa). La salsa dovrebbe essere un inno alla fratellanza, alla tolleranza, alla mescolanza di culture e di razze.
Qui in Italia sta diventando, invece, un inno alle divisioni (siamo arrivati persino alle sale separate) e in certi casi sta persino generando un razzismo strisciante. Non a caso diventa sempre più difficile incontrare appartententi alla comunità latino-americana (tranne quelli che hanno fatto della salsa il loro lavoro) alle nostre serate... MA NON E' UN PO' TRISTE TUTTO CIO'?...
Enzo Conte Profilo Ufficiale